La “qultura” atletica italiana

La “qultura” atletica italiana

1 Marzo 2021 Off Di Admin

A chi sta già chiamando l’Accademia della Crusca o peggio ancora i “grammarNazi” per l’errore grammaticale, rispondo già che è tutto voluto. Perché in Italia, quando parliamo di atletica leggera, di cultura ce n’è veramente poca.

Oggi infatti, non vi parlerò di alcuni consigli su come allenarsi meglio o degli allenamenti di Bekele per preparare la maratona. Questo sarà un articolo provocatorio, che probabilmente colpirà anche voi stessi, e che vi obbligherà a riflettere. Oggi ci andrò giù duro. E ce ne sarà per tutti.

Non è bello ciò che è bello, ma…

Noi italiani siamo bravissimi a non apprezzare il successo conquistato dagli altri. Appena qualcuno fa un buon risultato lo sminuiamo, quasi a voler “appiattire” quella prestazione per farla “avvicinare” di più alle nostre (mediocri).
Troviamo sempre una giustificazione sul perché gli altri vanno così bene: le scarpe, le piste, le distanze misurate male, i controlli antidoping mancati…

Siamo in un periodo di vacche magre, non lo nascondiamo, ma quel poco di buono che abbiamo a livello nazionale, cerchiamo di affossarlo.
Abbiamo un ragazzo di 23 anni, primatista italiano dei 100m, uno dei pochi che può competere con l’elite Mondiale degli sprinter, e se non corre tutte le gare sotto i 10 secondi diventa automaticamente uno scarso, uno che si è montato la testa.
Abbiamo un ragazzo di 29 anni, esuberante negli atteggiamenti, oro Mondiale al coperto nel 2016, primatista nazionale del salto in alto, che a causa di un infortunio non ha conquistato una (quasi certa) medaglia olimpica e che per i suoi modi, il suo aspetto e i suoi pensieri, è diventato un “pagliaccio”.

Al contrario noi italiani siamo bravissimi ad apprezzare quello che forse, nell’ambito sportivo, non dovrebbe essere apprezzato.
Abbiamo un (ex) atleta, medaglia Olimpica a Pechino 2008, che ha purtroppo deciso di barare, di fare uso di sostanze dopanti, trascinando la fidanzata di quel momento ad uno stop di 16 mesi della sua carriera per aver cercato di “difenderlo“, e 3 medici, citati da lui come “aiutanti” in una spirale di processi e gogne mediatiche che alla fine si sono concluse con una loro assoluzione piena, che viene invitato in prima serata, al Festival di Sanremo (con una squalifica in corso e che scade nel 2024), come se fosse un esempio da mostrare al Mondo, quando nella stessa settimana, ci saranno i suoi (ex) colleghi a difendere e ad onorare i colori azzurri agli Europei indoor di Torun.
Abbiamo atlete, che nonostante risultati più che eccellenti a livello nazionale ed internazionale, non sventolando il proprio culo davanti all’obiettivo, mandandolo in pasto alla rete, sono lì nel dimenticatoio a discapito di altre, che da regine dei social spopolano anche sulle copertine delle “riviste” specializzate (e non).

Italian culture is “dare sempre la colpa agli altri”.

Italian culture is “dare sempre la colpa agli altri”.
L’atletica va male perché le televisioni non la vogliono trasmettere.
L’atletica va male perché lo sport qui è solo il calcio.
L’atletica va male perché la Federazione non caccia i soldi.
L’atletica va male perché gli atleti stanno sui social invece di allenarsi.
L’atletica va male perché i giovani d’oggi non hanno voglia di fare niente.
L’atletica va male perché, perché perché…

L’atletica va male perché è colpa degli altri. Ma se invece fosse per la maggior parte colpa nostra?
Guardiamoci in faccia. Noi atleti (amatori) siamo la reincarnazione dell’egoismo. Pensiamo solo al nostro orticello.
Chi si sognerebbe di rinunciare al proprio allenamento della domenica mattina per seguire una maratona in TV?
Chi rinuncerebbe all’uscita con gli amici per seguire il meeting indoor di, che ne so, Voronez?
E le televisioni allora, perché dovrebbero trasmettere eventi se già in partenza nessuno li seguirà?
Perché la carta stampata dovrebbe occupare parte di un trafiletto per un articolo che nessuno leggerà?
Perché un bambino dovrebbe scegliere l’atletica invece di un altro sport, se tanto in futuro non avrà gratificazioni?

Perché il punto su cui tutto gira è questo. Ci riempiamo la bocca di belle parole, discorsi sul fatto che l’atletica non ha futuro, che “gli altri” fanno sempre cose sbagliate, che gli atleti non si allenano come si deve, che i dirigenti pensano alla loro poltrona e basta, ma siamo noi i primi a non darglielo un futuro. Siamo i primi che abbiamo fatto e stiamo facendo terra bruciata.

Guardiamoci allo specchio, riflettiamo e agiamo!

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