Emil Zátopek: la locomotiva umana

Emil Zátopek: la locomotiva umana

19 Settembre 2017 Off Di Stefano Frascoli

Ci sono persone apparentemente normali la cui vita è stata una storia fantastica, un susseguirsi di avventure incredibili che nemmeno il miglior film potrebbe mai raccontare.

Siamo a Praga, sul finire anni settanta del secolo scorso. Ogni mattina uno spazzino svolge il suo onesto lavoro per le vie della città, ma al suo passaggio la gente lo acclama come un eroe, le persone si affacciano alle finestre per esultare e applaudirlo. Ogni tanto, tra un cassonetto svuotato e l’altro, di nascosto si concede pure una breve falcata di corsa, e la folla allora va in delirio, e gli tributa grida di ringraziamento, esultanze, gli stessi onori di un re. Come mai?, vi starete chiedendo. Chi si nasconde in verità dietro un normale uomo delle pulizie?

Facciamo un passo indietro. Olimpiadi di Helsinki 1952. Qualche spettatore curioso, sfogliando la lista dei partecipanti, ha notato che un ragazzo biondo di 30 anni tesserato per la nazionale della Cecoslovacchia risulta iscritto curiosamente sui 5.000m, i 10.000m e la maratona. ”O qui hanno fatto un errore oppure questo è uno scellerato” pensa fra sé. Però, rivangando nella memoria, si ricorda una cosa: il nome dell’atleta è lo stesso di colui che ha vinto nella passata edizione i 10.000 e ha perso di un soffio i 5.000. Evidentemente non può ancora sapere che in quei giochi olimpici il mondo intero si sarebbe trovato dinanzi al capolavoro fatto uomo, a un’impresa talmente gigantesca che probabilmente non si ripeterà mai più, per tutta l’eternità dell’atletica. Ad Helsinki quel ragazzone ceco che ansimava vistosamente si prende in una sola edizione il titolo di campione dei 5000, 10000 e maratona… e i rispettivi record olimpici!

Possono bastare le parole o i video per descrivere ‘il fatto’, l’impresa stratosferica’? Assolutamente no, il dizionario non è ancora riuscito a sviscerare l’aggettivo idoneo per acclamare un mostro sacro di questo calibro. Il minimo che si possa fare però, al cospetto di una tale persona, è inchinarsi e mostrare rispetto. Perché il vincitore del triplete olimpico è lo stesso che vent’anni dopo, per le strane vicissitudini dell’esistenza umana, sarebbe divenuto un normale uomo delle pulizie. Perché sotto gli stracci e la tuta da netturbino si nasconde il cuore pulsante della locomotiva umana, un nome che fa rabbrividire persino gli audaci e i potenti: Emil Zàtopek.

Già alla prima gara, i 10.000 metri, Zatopek fa l’andatura sin dall’inizio. E mentre lui aumenta, gli avversari si fanno sempre più lontani. Alla fine taglia il  traguardo in 29’17”0, conquistando oro e nuovo record olimpico.

Nei 5000 metri il gioco si fa più duro, perché la fatica accumulata nei 10.000 si fa sentire. Ma nel memorabile ultimo giro Zatopek, benché superato da Mimoun, Schade e Chataway, fa una rimonta incredibile con la folla che canta ”Zat-O-Pek, Zat-O-Pek, Zat-O-Pek” sulle tribune, e si prende un altro oro meritato! Che grinta, ragazzi!

Qui siamo di fronte a un capolavoro. Non contento degli ori appena conquistati, la locomotiva umana si prende lo scettro anche della maratona, staccando addirittura di due minuti il secondo classificato. Divino!

Emil Zàtopek non è numeri o statistiche. Emil Zàtopek non si limita a 4 ori olimpici e 3 europei. Egli è colui che macina centinaia di chilometri con la testa piegata all’indietro e una smorfia di dolore impressa sul viso: quanto di più lontano possibile dall’armonia dell’atletica! Ma la sua resistenza e la sua corsa sono quelle di un titano. Egli è la locomotiva umana, colui che corre e ansima, e che sferraglia come un treno direttissimo lanciato a velocità folle verso nuove vittorie, mai fermo, perennemente alla ricerca di un qualcosa di vago e indefinito. Se vogliamo la metafora del super treno è perfetta per simboleggiare il corridore di lunghe distanze, perché non si ferma mai e non conosce stazioni.

La sua storia è degna del miglior romanzo. Zàtopek trasformò la propria vita, da quella di un semplice operaio, in un poema omerico all’età di 19 anni, quando si scoprì atleta partecipando a una gara organizzata dalla sua fabbrica di scarpe. Correre gli piace, ma con il lavoro è difficile conciliare tutto durante la giornata. Allora si allena di notte. Neppure la Seconda Guerra Mondiale gli impedisce di allenarsi. Da quel momento è una parabola ascendente: il ragazzo partito da zero nel giro di 7 anni è oro olimpico a Londra 1948. L’anno seguente sigla il record mondiale sui 10.000, che migliorerà per tre volte fino a portarlo a 28’54”2. Vince i 5000m e i 10000m agli europei 1950 e i 10000m nell’edizione successiva. Nel 1952 il divino triplete. In patria viene considerato un eroe. E nel frattempo in tutto il mondo si diffonde la leggenda della locomotiva umana.

Lanciato e direttissimo nella corsa come nella vita, purtroppo egli si rivelò un talento scomodo per il regime politico della Cecoslovacchia sul finire degli anni Sessanta.

Infatti, come per Napoleone il generale inverno, così per Zàtopek fu fatale la primavera di Praga, che sancì il suo declino. Avendo appoggiato idee politiche a favore alle riforme, fu confinato in Siberia nelle miniere di uranio, ai lavori forzati. Eppure anche lì si allenò e dormì in un magazzino. E sorrise sempre, sicuro di sé, nella certezza di aver incontrato la fortuna e avere vissuto una vita degna di essere chiamata con questo nome. Tornato in patria, seppur umile e con pochi soldi in tasca, ricevette in ogni istante l’amore del suo popolo, che non dimenticò mai i suoi risultati atletici, e che gli volle un bene dell’anima sino alla morte, che lo colse gravemente malato e povero in canna.
E oggi, dopo più di mezzo secolo trascorso, il nome di Emil Zàtopek si diffonde occupando ogni anno più spazio nella mente degli altri atleti, tanto che per costoro è impossibile risalire ad un momento in cui quel nome fosse ignoto. Personalmente posso dire di averlo nella memoria fin dal mio primo anno di attività agonistica, cogliendolo sulle labbra di altri, sentito come un bellissimo nome, esprimente già nel suono e nella connessione delle due parole l’alta personalità di chi lo portava.