Analisi

Perché i corridori keniani sono i migliori? Ecco svelati i loro segreti.

Il dominio delle nazioni africane, in particolare del Kenya, Etiopia e, in’ultima battuta, Uganda nelle gare di mezzofondo e fondo è sicuramente uno dei temi più dibattuti in ambito podistico. In particolare il Kenya, negli anni, si è dimostrato una vera e propria fucina di talenti e potenziali campioni: basti pensare che nelle graduatorie delle 20 migliori prestazioni degli 800m, 1500m, 5.000m, 10.000m, mezza maratona e maratona, circa il 50% degli atleti è keniota. Per non bastare, a partire dalle Olimpiadi di Barcellona 1992, gli atleti keniani hanno vinto 43 delle 108 medaglie (41%) nelle 6 gare elencate poco fa e ben 24 volte il titolo a squadre nelle campestri negli ultimi 27 mondiali disputati. Per questi motivi la domanda che sorge spontanea è: “perché gli atleti keniani sono così performanti nelle gare di media e lunga distanza?”

Questa domanda ha suscitato notevole interesse e dibattito tra atleti, allenatori, fisiologi dello sport e accademici. Coloro che sono interessati a comprendere le motivazioni si sono chiesti se il “segreto” possa collegarsi alle esperienze di socializzazione e allo stile di vita dei bambini che abitano in quelle zone. Altri studiosi sottolineano l’impatto della vita ad alta quota e/o della dieta di questi atleti. Da alcuni ricercatori inoltre è stato suggerito che i keniani potrebbero beneficiare di vantaggi biologici rispetto a etnie di altre zone del mondo (ma su questo aspetto ci sono ancora grossi dubbi). Il tentativo di comprendere le sfere intersecanti la biologia, anatomia, fisiologia, psicologia e sociologia e di come si spiegherebbero le possibili differenze etniche nelle prestazioni atletiche rimane tuttora un tema controverso. Esistono diversi punti che però possono spiegare il dominio degli atleti keniani nelle specialità di mezzofondo e fondo dell’atletica leggera:

1) Fattori socioculturali.

(Foto Tony Karumba/AFP/Getty)

Un tipico bambino africano sopporta condizioni di vita difficili con annessi problemi come la fame e le malattie. Pertanto, la capacità di resistenza a certe avversità è insita nel ragazzo fin dalla sua infanzia. Una vita fatta di privazioni e una notevole capacità di sopportare le difficoltà rende il bambino keniano “più resistente“. I bambini piccoli, specialmente quelli che vivono nelle zone rurali, passano il loro tempo all’aperto con le tipiche attività che comprendono il salto e la corsa (oltre ai “giochi” legati all’allevamento del bestiame). Attraverso queste attività vengono inoltre promossi il lavoro di squadra e il coordinamento, fornendo un’eccellente base per la crescita fisica e atletica. La mancanza di un vero e proprio sistema economico in combinazione con la copertura di lunghe distanze a piedi e la (ancora) minima influenza occidentale, porta dunque i bambini delle zone rurali del Kenya ad essere molto attivi, specie se confrontati con i bambini nei paesi sviluppati. Anni passati correndo per andare e tornare da scuola, ad esempio, potrebbero aver contribuito significativamente allo sviluppo dei corridori keniani. Secondo uno studio del 1995 (1) gli atleti d’élite a partire dalla prima infanzia (7-8 anni) hanno corso o camminato per una media di 8-12 km al giorno, cinque giorni alla settimana, arrivando a 90 km settimanali già da adolescenti. Gli autori di questo studio hanno anche osservato che gli adolescenti keniani che hanno corso ogni giorno per lunghe distanze fino a scuola presentavano in media il 30% in più del volume massimo di ossigeno che un atleta può consumare rispetto a quelli che non l’hanno fatto.

Un ulteriore supporto per dire che l’attività fisica nell’infanzia/adolescenza è significativa nello sviluppo dei talenti in Africa orientale proviene da due recenti studi (2, 3) su atleti d’élite etiopi e keniani che hanno dimostrato che una percentuale importante degli attuali top runner ha percorso, in adolescenza, almeno 5-10 km al giorno, prevalentemente per raggiungere le strutture scolastiche. Questi risultati confermano la precedente prova un po’ empirica che percorrere lunghe distanze ogni giorno possa avere una forte influenza sulla crescita psicofisica dei ragazzi in Kenya.

2) Condizioni ambientali favorevoli: l’altitudine.

(Foto NN Running Team)

Seppur su questo tema siano ancora presenti studi contrastanti (4), alcune ricerche hanno dimostrato che l’esposizione cronica all’altitudine e all’allenamento di resistenza, combinati assieme, inducono ad adattamenti “del sangue” importanti. Popolazioni indigene che vivono ad alta quota sperimentano cronicamente lo stress dell’ipossia ipobarica (mancanza di ossigeno). Ad esempio, ad un’altitudine di 2400-2600m (quote comuni negli altopiani keniani e etiopi), l’ossigenazione è circa il 70% di quella riscontrabile al livello del mare. Studi pionieristici identificano una serie di tratti comuni tra le popolazioni indigene d’alta quota (in seguito all’adattamento alla scarsità di ossigeno) come un aumento dell’emoglobina ed un grande volume polmonare. Più recentemente, però, l’omogeneità della risposta adattiva alle alte quote è stata ulteriormente discussa a seguito della scoperta di importanti differenze nelle caratteristiche di erogazione dell’ossigeno tra diverse popolazioni sparse per il Mondo che vivono sopra i 2500m s.l.m.

Ad esempio, è stato dimostrato che gli etiopi presentano valori dell’emoglobina comparabili alle persone che abitano al livello del mare, ma si differenziano da altre popolazioni, come il popolo andino e tibetano, per una saturazione dell’ossigeno (percentuale di emoglobina satura di ossigeno rispetto alla quantità totale di emoglobina presente nel sangue) molto più elevata (5). Questa differenza di adattamento tra le diverse popolazioni potrebbe essere legata ad un diverso adattamento genetico alla vita in quota, che può essere influenzato anche da altri fattori ambientali, come ad esempio le abitudini nutrizionali. Studi di interazione gene-ambiente sono però in corso al fine di valutare l’influenza della genetica (6).

3) La dieta keniana.

(Foto Sportslab)

La storia di successo degli atleti keniani è stata spesso attribuita alla loro dieta; di conseguenza sono stati effettuati una serie di studi per indagare questo aspetto del loro stile di vita. Uno dei primi (7) ha valutato l’assunzione di cibo dei runner keniani maschi per un periodo di tre mesi.

Questi autori hanno osservato che l’apporto calorico medio giornaliero risultava pari a 2340 kcal, sostanzialmente inferiore al fabbisogno medio stimato per un adulto di sesso maschile (2550 kcal giorno).  In base al pensiero corrente un così basso apporto di energia renderebbe “impossibile” effettuare e mantenere un programma di allenamento di resistenza ad alti livelli. In particolare gli atleti in questo studio hanno assunto in media 441 g di carboidrati al giorno (ben 8,1 g/kg, cioè circa il 75% dell’energia totale).

Sulla base di questi dati non ci sono prove a sostegno dell’idea che la dieta di per sé possa spiegare l’eccezionale prestazione dei corridori keniani (per una revisione dell’alimentazione in Kenya vedere fonte 10).  L’apporto calorico mediamente basso da parte del runner keniano è però sicuramente un importante vantaggio del loro stile di vita per quanto riguarda il mantenimento del peso forma nel mezzofondo-fondo. Inoltre è stato osservato che i suddetti atleti presentano una massa corporea (BMI) mediamente inferiore e un’anatomia del corpo generalmente più snella rispetto a corridori d’élite caucasici (11). Ciò ha sicuramente degli effetti sull’economia di corsa e su una spesa energetica minore durante la performance.

4) Fattori motivazionali.

(Hellen Obiri e Vivian Cheruiyot sul podio dei 5.000m alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016. Foto Reuters/Gonzalo Fuentes)

La gran parte degli atleti keniani affronta con grande serenità la competizione già in giovanissima età sperimentando in prima persona gli aspetti fisici ma anche psicologici dell’allenamento e della gara. In un recente studio demografico un’elevata percentuale degli attuali runner di livello internazionale ha intrapreso la corsa sia per motivi culturali (l’atletica è lo sport nazionale in Kenya) ma soprattutto per motivi economici. I corridori kenioti infatti vedono la corsa prolungata come il mezzo principale per fuggire dalla povertà al fine di aiutare e cambiare economicamente la vita delle proprie famiglie. Ricordiamo infatti che circa il 40% del totale della popolazione keniota è disoccupata e almeno il 50% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Numeri ancora drammatici.

Le conclusioni.

In conclusione non esiste un fattore che singolarmente possa spiegare la grande competitività degli atleti keniani nelle specialità di mezzofondo e fondo.  Sembra piuttosto che un numero diverso di fattori, tra cui le condizioni socio-economiche, lo stile di vita, la cultura, le tradizioni, la vita in aree di alta quota, una struttura fisica “più leggera“, oltre a uno o più fattori genetici possano in maniera diversa contribuire a rendere gli atleti kenioti tra i migliori al mondo nelle specialità di mezzofondo e fondo. La misura con cui ogni fattore influenzi tutto ciò è ancora però da determinare e capire (12).

 

Riferimenti:

– (1) Saltin B, Larsen H, Terrados N, Bangsbo J, Bak T, Kim CK et al. (1995). Aerobic exercise capacity at sea level and at altitude in Kenyan boys, junior and senior runners compared with Scandinavian runners. Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports 5(4): 209–221.

– (2) Scott RA, Georgiades E, Wilson RH, Goodwin WH, Wolde B and Pitsiladis YP (2003). Demographic characteristics of elite Ethiopian endurance runners. Medicine and Science in Sports and Exercise 35 (10): 1727–1732.

– (3) Onywera VO, Scott RA, Boit MK and Pitsiladis YP (2004). Demographic characteristics of elite Kenyan endurance runners. Journal of Sports Science (submitted for publication).

– (4) Saltin B (1996). Exercise and the environment: focus on altitude. Research Quarterly for Exercise and Sport 67 (Suppl. 3): S1–S10.

– (5) Beall CM (2003). High-altitude adaptations. The Lancet 362: s14–s15.

– (6) Scott RA, Moran C, Wilson RH and Pitsiladis YP (2004). Genetic influence on East African running success. Equine and Comparative Exercise Physiology 1(4): 273–280.

– (7) Mukeshi M and Thairu K (1993). Nutrition and body build: a Kenyan review. World Review of Nutrition and Dietetics 72: 218–226.

– (8) Christensen DL, Van Hall G and Habraeus L (2002). Food and macronutrient intake of male adolescent Kalenjin runners in Kenya. British Journal of Nutrition 88(6): 711–717.

– (9) Onywera VO, Kiplamai FK, Boit MK and Pitsiladis YP (2004). Food and macronutrient intake of elite Kenyan endurance runners. International Journal of Sports Nutrition and Exercise Metabolism (in press).

– (10) Christensen DL (2004). Diet intake and endurance performance in Kenyan runners. Equine and Comparative Exercise Physiology 1(4): 249–253.

– (11) Saltin B, Kim CK, Terrados N, Larsen H, Svedenhag J and Rolf CJ (1995). Morphology, enzyme activities and buffer capacity in leg muscles of Kenyan and Scandinavian runners. Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports 5(4): 222–230.

– (12) The dominance of Kenyans in distance running Yannis P Pitsiladis, *, Vincent O Onywera2, Evelina Geogiades1, William O’Connell3 and Michael K Boit2 Equine and Comparative Exercise Physiology 1(4); 285–291 DOI: 10.1079/ECEP200433 2004