Storie dal Mondo

Creare il movimento e la cultura sportiva. Il sistema college americano – Parte 1

Stefano Migliorati (1:47.79 negli 800m), Helen Falda (4.38m nel salto con l’asta), Eleonora Omoregie (1.88m nel salto in alto), Iliass Aouani (13:55.02 nei 5.000m). 4 ragazzi come tanti. Atleti fin da ragazzi che ad un certo punto hanno deciso di cambiare totalmente la loro vita e trasferirsi negli Stati Uniti d’America per continuare a coltivare il loro sogno. Perché? Perché in in Italia per tutti e 4 non c’era spazio. Gli sforzi che stavano facendo non erano ricompensati a dovere e il “sistema atletica italiana” non li aiutava minimamente nonostante i buoni risultati.  Loro sono fra i fortunati che non hanno mollato, che sono riusciti a cogliere l’opportunità. Ma tanti nel nostro paese smettono perché non hanno ahimè altre scelte poiché servono soldi per vivere, le Università non ti aiutano, gli impianti non ci sono e gli sponsor se ne stanno alla larga.

In America tutto si basa sul sistema dei college, costosissimi per un comune mortale, che diventa un trampolino di lancio ideale (e gratis) per chi ha delle qualità che da lì a qualche anno lo potrebbero proiettare fra i professionisti di qualsiasi disciplina sportiva, ma che creano anche un movimento di altissimo livello fatto di atleti, sponsor e spettatori. Fra cui anche quello dell’atletica leggera. Basta pensare ai tantissimi giocatori di basket usciti da queste scuole e campioni poi in NBA, ai giocatori di football, ai recenti Coleman e McLaughlin per l’atletica o, se si vuole prendere esempi passati, a Jesse Owens, che grazie al proprio college è riuscito a partecipare e vincere alle Olimpiadi tedesche del 1936.

In Italia è impossibile fare l’atleta di professione se non sei in un gruppo sportivo militare (o non hai le spalle parecchio coperte) e se sei studente è (quasi) impossibile fare l’atleta. E in un momento di crisi di un po’ tutto lo sport italiano, sarebbe giusto intraprendere una strada per risollevare tutto l’ambiente, iniziando dalla cultura sportiva e da investimenti importanti. Noi per capire le differenze fra ciò che avviene in Italia e ciò che invece accade in America, ci siamo affidati a quei 4 ragazzi già citati, che grazie alla loro esperienza ci hanno praticamente detto che siamo dietro anni luce. Su tutto.

La decisione di andare via dall’Italia

Fare atletica in Italia era un gioco, cosa che quando ero in Italia non pensavo. Ma esperienze diverse ti fanno vedere le cose con le giuste dimensioni. Crescendo le cose si stavano facendo serie, ma non abbastanza serie. Probabilmente avrei mollato qualche anno dopo, se non fossi partita“. (E.Omoregie)

A Brescia mi era difficilissimo trovare le condizioni sufficienti per mantenere una tabella di allenamento di un certo livello. Piste chiuse, due ore di macchina al giorno per fare 4 giri su una pista mezza distrutta, sterrati neanche a sognarli, e così via. Di lì ho scelto poi di andare a Varese, che mi aveva offerto una buona opportunità ma dopo un anno mi sono reso conto che non era quello che cercavo.” (S.Migliorati)

Mi ero appena diplomato dal liceo e mi ero iscritto al Politecnico di Milano, perché sapevo che, per quanto uno possa essere forte, l’atletica non può durare per sempre, quindi ci tenevo ad avere una buona laurea su cui ricadere semmai le gambe mi dovessero tradire, ma allo stesso tempo ero terrorizzato dall’idea di entrare a far parte di quella categoria di ragazzi che decidono di rinunciare all’atletica perché l’università occupa troppo tempo. Quell’anno al Poli è stato pesante, tra viaggi di andata e ritorno, orari di lezioni assurdi, arrivavo all’allenamento sempre in ritardo e stanco già prima di iniziare. Ero arrivato al punto in cui non mi divertivo più, in cui l’atletica stava diventando solo uno stress. Questo senso di insoddisfazione, il fatto di non sopportare di pesare sulle spalle dei genitori e l’irrefrenabile desiderio di cambiamento e avventura mi hanno convinto a trasferirmi in America” (I.Aouani)

Le difficoltà iniziali

I primi giorni sono stati di adattamento: hai la travolgente sensazione che troppe cose stiano accadendo tutte insieme, devi familiarizzare con tutto, rimani colpito dagli impianti sportivi mozzafiato, mandi a casa mille foto del campus, chiami casa ogni giorno perché tua madre sta più in paranoia di te, inizi a soffrire di malinconia, fatichi un po’ con l’inglese, mille nomi nuovi da imparare e pensi che in fondo le 8 ore di Politecnico e gli allenamenti in solitaria al buio non erano poi così male. ” (I.Aouani)

Credo che chi va in America per allenarsi soffre la sindrome dell’atleta con potenziale trascurato. Mi sono sentita trascurata? Sì. Ma principalmente volevo allontanarmi da un ambiente che non mi stava più dando nulla. A 20 anni sentire che non stai andando da nessuna parte ti fa riflettere, mi ha fatto riflettere. Non è una questione di titoli italiani e maglie azzurre. Ho sentito la necessità di ampliare i miei orizzonti e cogliere opportunità che ti possono cambiare la vita. Non è solo atletica. Quando ho deciso di andarmene mi sono chiesta “ dove ti vedi fra 10 anni?” E la risposta è stata non in Italia” (E.Omoregie)

Le scelte che mi hanno indotto partono certamente dalla difficoltà nel trovare spazio e tempo per allenarmi in Italia, e soprattutto non mi andava l’idea di chiedere ai miei genitori di pagare per me, che fosse un l’appartamento o spese di altro genere. In più il mio inglese faceva così schifo che ho pensato fosse la mia ultima occasione per impararlo come si deve.” (S.Migliorati)

Quando hai capito di aver fatto la scelta giusta

Quando iniziano gli allenamenti e noti i primi miglioramenti capisci che la tua decisione coraggiosa inizia ad avere un senso, e inizi a percepire la tua permanenza all’estero come una missione volta a realizzare il tuo sogno, in una terra dalle mille opportunità, dove i sogni molto spesso diventano realtà.” (I.Aouani)

Non sono solo 188cm di personale, sono giovane e intelligente. Mi stavo sprecando. Una volta arrivata a Tallahasssee, in Florida, la cosa che mi ha impressionato per prima è stata sicuramente la dimensione del campus e della città in generale. Le prime settimane mi muovevo a piedi e con il GPS perché avevo paura di finire chi sa dove con gli autobus. Vivere da sola in appartamento è stata probabilmente la mia prima vera conquista. Impari a fare la lavatrice, a pagare le bollette e l’affitto in tempo, impari a fare la spesa…impari a risparmiare (sto ancora lavorando su questo in realtà). Ma quando sono tornata a casa l’estate, non sopportavo nessuno, l’idea di stare con i miei sotto lo stesso tetto per più di un giorno mi faceva venire mal di testa. Ero un’altra persona.” (E.Omoregie)

Le prime impressioni erano di certo stupore, eccitazione, e anche tanta fatica. Trovarsi a parlare 24 ore al giorno per 4 o 5 mesi una lingua che non è la tua, (specialmente nel mio caso, dato che riuscivo giusto a chiedere dov’è il bagno) non è facile e può essere molto stressante sotto certi aspetti. Al tempo stesso però avere l’opportunità di avere il campus a 5 min a piedi dalla pista, palestre super attrezzate piscine aperte tutto il giorno mi gasava in maniera pazzesca.” (S.Migliorati)

As my coach says "it's show time" 212 degree 👊🏻🤙🏼

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La giornata tipo di un atleta-studente in un college americano

Da vero masochista, ho scelto la combo ingegneria civile – atletica leggera. Le mie giornate sono davvero lunghe ma, a differenza di quando ero al Poli, l’attività scolastica e atletica sono perfettamente coordinate. Sveglia sempre alle 7 per il primo allenamento mattutino che consiste in 30 min di corsa più stretching, tempo di prepararmi e fare colazione che devo essere già in classe, le lezioni solitamente mi tengono impegnato dalle 9 alle 15.00. Alle 3.30 abbiamo il secondo allenamento della giornata che può essere o un lavoro pesante o un lungo lento. Alle 18.00 torno a casa, preparo la cena e mi metto di nuovo sui libri perché, per chi non lo sapesse, nelle università americane danno i “compiti” per casa che molto spesso ti portano via ore. Alle 22.00 se tutto va bene sono a letto.” (I.Aouani)

Ho una borsa di studio completa, per 4 anni. I risultati sportivi mi hanno dato l’ opportunità di avere una buona borsa di studio inizialmente, poi dopo aver fatto i test di ammissione i miei risultati mi hanno dato la possibilità di avere una borsa di studio più importante. Dopo i 4 anni farò richiesta per il master. Ogni semestre per poter praticare lo sport, allenarti e gareggiare, devi mantenere la tua eligibilità che significa principalmente essere studente full- time e passare i corsi. Se non sei eleggibile non puoi utilizzare gli impianti né allenarti insieme alla squadra
I ritmi sono frenetici. Rincorri sempre l’orologio. Da quando ti svegli a quando torni a casa è tutto già programmato, vai a lezione e poi ti alleni e poi studi e tutti i compiti.” (E.Omoregie)

La mia giornata tipo, durante la stagione dei cross, inizia alle 5.30 la mattina, allenamento che sia lavoro o una bella corsa lenta, lezione in genere dalle 8/9 fino alle 12/1,  pranzo rigorosamente cucinato dal sottoscritto, ( in mensa giusto quando sto per morire) poi allenamento di nuovo nel pomeriggio magari non così intenso come la mattina poi la sera “faccio finta” di studiare o esco con gli amici” (S.Migliorati)

Cosa ti offre il college per migliorare

Gli sport nei college americani dispongono di grandi budget rispetto all’Italia, e per questo motivo gli impianti sportivi sono di un altro livello e tutti perfettamente muniti, le palestre dotate di ogni macchinario immaginabile e addirittura ci sono piste indoor in ogni college (specialmente nel nord America dove il clima e molto rigido d’inverno). Pero credo che la differenza tra un runner dilettante e un professionista consista nel recupero, e in questo i college sono abbastanza attrezzati grazie al reparto di fisioterapia e allo staff medico dell’università.” (I.Aouani)

C’è davvero tutto. Negli Stati Uniti non sono mediocri, fanno le cose in grande. Per loro le cose o si fanno bene o non si fanno. Ma c’è anche da dire che è il sistema che regge tutto che funziona. Non c’è sport senza scuola e non c’è scuola senza sport. Le università fanno un sacco di soldi grazie agli sport, e gli sport diventano veri e propri business. L’atletica collegiale è un business. Qui dicono sempre “go get the bag” che significa letteralmente “vai a prendere la borsa (di soldi). Cosa che all’inizio mi faceva ridere, pensavo “Americani montati” ma poi ho capito che è davvero una questione di soldi. Noi atleti collegiali non siamo professionisti, non veniamo pagati per fare sport, le nostre abilità sportive ci permettono di andare a scuola gratis.” (E.Omoregie)

Compensating a rough jump session with a new hang clean PR. 170 lbs!💪🏾

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Le chiave per il successo secondo me è la professionalità di certe squadre. Hanno una filosofia diversa rispetto alla nostra, per quanto riguarda fisioterapia ecc…
Però ti offrono materiale di nuovissima generazione (scarpe, aste, ecc…) La pista è in condizioni perfette e in più ci sono sterrati e prati in cui poter fare corse e lavori senza stare tutto il tempo sul tartan. In più palestre davvero all’avanguardia, con piscine, rettilineo ecc.” (S.Migliorati)

Abbiamo strutture fighissime, e tanti soldi. Mi hanno comprato più di 10 aste quest’anno. Non tornerei mai in Italia, è triste a dirsi ma non ci tornerei.” (H.Falda)

Società, squadre, gruppi militari in america. Come funziona

La tua carriera sportiva va di pari passo con la scuola. Poi se hai la fortuna di firmare un contratto pro con marchi come Nike, Adidas ecc diventi professionista. A quel punto se sei al college e ti viene offerto un contratto pro e accetti, l’università smette di pagarti gli studi. Quindi o sei Coleman e ti viene offerto un contratto a 7 zeri o altrimenti non ti conviene davvero firmare un contratto se sei ancora a scuola, perché un anno di università costa molto. FSU costa 20mila all’anno se vivi in Florida, gli out- of-state pagano sulle 40mila. Gli internationals? non ne parliamo!” (E.Omoregie)

Gli atleti in America vengono educati alla cultura della squadra sin dall’ High School. Gli si insegna che l’interesse collettivo viene prima di quello personale e che anche uno sport apparentemente individuale come la corsa, in realtà si basa sul team work. “Team! Team! Team!” ripeteva sempre il mio coach per sottolinearne l’importanza. Gli student-athlete nei college vivono, studiano, si allenano e gareggiano insieme, e con il tempo si instaura un legame molto saldo tra di loro e diventano come una famiglia. Alla fine dei 4 anni di college, se sei abbastanza forte puoi diventare pro, altrimenti vai a lavorare e corri per divertimento.” (I.Aouani)

Step by step, heart to heart

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In America l’atletica universitaria funge come filtro per quello che sarà poi l’atletica professionale. Il livello dell’NCAA (Campionati nazionali fra college, ndr) è pazzesco comunque. Però è molto più complicato qua, diventare professionisti.” (S.Migliorati)

Le gare e i meeting negli States

La stagione outdoor nel NCAA può essere divisa in due fasi. La prima fase consiste in vari meeting in cui l’unico obbiettivo e quello di correre forte e fare il personale, infatti quasi tutti questi meeting hanno lepri. La seconda fase e quella dei campionati, ovvero i campionati di Conference, i Regionals e i Nationals. Molte Conference richiedono dei minimi, che tu devi fare nella prima fase della stagione. Per partecipare ai Regionals devi rientrare nei primi 48 nella tua specialità, ci sono 2 regioni (East e West). Per partecipare ai Nationals devi rientrare tra i primi 12 ai Regionals. I Nationals sanciscono la fine della stagione NCAA.” (I.Aouani)

Qua ci sono tantissimi meeting, buoni o non buoni, ma il momento che conta di più è quando si va alla conference che è il nostro CDS ma soprattutto quando si fanno gli NCAA, che sono i nazionali universitari, e li il livello è altissimo. Per qualificarsi al primo turno bisogna essere nei primi 48 universitari della costa est, e 48 dalla parte ovest. Poi 24 passano ai quarti, e di questi 12 dalla parte est e 12 dalla ovest si incontrano in Oregon per le semifinali e finali NCAA.” (S.Migliorati)

“Qui ci sono tante gare di basso livello, poi si sono i meeting di punta come per esempio i Penn Relays, Texas Relays e simili, dove gareggiano anche molti pro. Ma l’atletica collegiale è principalmente la gara di conference, che è molto simile ai nostri societari. Solo che le scuole sono “storicamente” assegnate a dei gruppi, le conference, e praticamente le università si contendono il titolo della conference di appartenenza con un sistema basato su punti a seconda del piazzamento nella singola gara. Dopo la conference c’è la qualifica per i Nationals. I fan si presentano con le maglie con i colori delle università per cui tifano. È divertente!” (E.Omoregie)

(Continua nella parte 2)