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Fenomenologia dei CDS – viaggio all’interno dei campionati di società

Campionati di società. Più semplicemente c.d.s. Se vi dovessi dire cosa sono, vi direi prima cosa non sono. Non sono una gara come tutte le altre. Non sono soltanto una sfida contro il cronometro o contro il metro. Sono una manifestazione particolare, unica nel suo genere, che raccoglie al suo interno mille storie che si intrecciano formando un quadro di macchiette colorate all’interno della pista di atletica.

I campionati di società nascono nel 1931 e fino ad oggi hanno modificato più volte il loro essere per adeguarsi ai cambiamenti del tempo. Ma il cuore di tutto ciò è rimasto invariato: l’atletica, sport individuale per antonomasia, trova in queste gare un concetto di insieme dato dal bisogno di fare (ed essere una) squadra. Un risultato individuale, viene a sommarsi con quello di tutti i compagni; ed è proprio il gruppo che fa nei c.d.s. l’arma in più a disposizione di chi vi partecipa.

Ma le storie dei protagonisti sono infinite. Dall’età, alle nazionalità, alle classi sociali, al colore della pelle, alle caratteristiche fisiche, agli obiettivi. Un mix che forse non è possibile trovare altrove. Ma chi sono quelli che troviamo?

Fiamme Gialle Simoni campioni d’Italia allievi anno 2016. Photo Federica Putti

> Ci sono quelli che fanno dell’atletica il loro lavoro, i professionisti insomma, che per un giorno, si tolgono la divisa dell’arma a cui appartengono e rivestono quella canotta che li ha visti piccoli piccoli muovere i primi passi all’interno di un campo di atletica.

> Ci sono quelli che la vivono dall’alto, i dirigenti delle squadre, gli accompagnatori, che muniti di foglio e penna si annotano ogni risultato ancor prima dell’ufficializzazione dei giudici, per avere in anteprima una classifica provvisoria della loro formazione e farsi magari la bocca su una qualificazione alla finale nazionale.

> Ci sono quelli che vivono nel limbo fra l’essere professionisti o essere dei semplici (ma forti) amatori, perché gli manca qualche centimetro o hanno qualche secondo di troppo nelle gambe per vivere con l’atletica. Qualcosa guadagnano, poco, qualche rimborso e qualche euro qua e là alle garette, ma fanno gola a tutte le squadre perché con le loro qualità ce ne sono davvero pochi.

> Ci sono quelli che rimangono a casa, perché dopo mesi e mesi di ripetute, alzate in palestra, salti in buca, prove sugli ostacoli, si sono ahimè infortunati e ciò gli ha precluso la possibilità di gareggiare. Feriti più nell’anima che nel corpo, vivono una sorta di tragedia greca, prendendosela con il fato e gli Dei per quell’assenza forzata, rimuginando sul fatto che per colpa loro probabilmente la squadra non raggiungerà gli obiettivi prefissati.

> Ci sono quelli che ti permettono di gareggiare, i giudici, i volontari, i fitografi, tutti quelli che sono lì per te che stai facendo la gara. Perché si esalta sempre un risultato cronometrico o la misura di un salto ben riuscito, ma (quasi) mai viene dato spazio al grandissimo lavoro dietro le quinte dei giudici, degli organizzatori delle manifestazioni e di chi ti immortala durante lo sforzo, che senza lodi portano avanti quello spettacolo che le persone vedono dagli spalti o da uno schermo della TV.

> Ci sono quelli che sono disagiati per natura, perché la genetica non è stata benevola e al posto di una Ferrari, si ritrovano nel corpo di una monovolume. Li vedi sempre ad ammirare gli altri e nonostante non riescano mai ad eccellere, mostrano dentro di loro un senso di sportività unico al Mondo, complimentandosi sempre con tutti, con gentilezza e quello spirito che è nell’essenza stessa della parola sport.

> Ci sono quelli che ripongono tutto loro stessi negli atleti, in parole povere gli allenatori, che meticolosamente, giorno dopo giorno, plasmano il corpo, la forma e la mente dei ragazzi e delle ragazze che seguono per fargli raggiungere il miglior risultato possibile. Cronometro alla mano, telefonino per riprendere le rincorse o le azioni in pedana, sono in prima linea per lanciarti un grido di “dai, forza!“, perché quel dolore di gambe che ti assale negli ultimi 200m di un 800 lo sentono un po’ anche loro.

> Ci sono infine quelli chiamati “inossidabili“, quelli a cui dovrebbero fare una statua all’entrata di ogni impianto, perché sempre presenti, perché non dicono mai di no alla chiamata di un dirigente o dell’allenatore, perché ti coprono le gare “scoperte”, anche i temibili 3000 siepi o la staffetta, che sono sempre lì, a denti stretti al campo ad allenarsi sotto ogni condizione atmosferica per preparare al meglio la gara e racimolare più punti possibili per la propria squadra, magari rinunciando a tutto pur di trovare un’ora al giorno in cui portare avanti il loro progetto. Non eccellono fisicamente in niente, ma forse sono quelli che hanno più le palle. Sono la vera anima delle squadre, l’ossatura forte, gli immancabili, e forse sono il motivo per il quale esistono ancora i campionati di società.

Insomma dovresti aver capito che i c.d.s. non sono una semplice gara. Sono uno stile di vita. E se questo stile non lo senti ancora dentro di te, probabilmente non hai ancora mai vissuto appieno i campionati di società.